Roberto Bolaño, 2666

Published : 29/05/2018 11:35:30
Categories : Letture

2666 di Roberto Bolaño: un romanzo mondo

Ogni autore lega il proprio nome a un suo singolo libro più di ogni altro. Il nome di Robert Musil, per esempio, porta immediatamente con sé il titolo "L’uomo senza qualità"; il nome di Gabriel García Márquez, dal canto suo, è indissolubilmente legato a quello del suo romanzo "Cent’anni di solitudine"; Miguel de Cervantes a "Don Chisciotte della Mancia"; e così a seguire (possiamo fermarci qui, altrimenti incontreremmo innumerevoli eccezioni). Nel caso di Roberto Bolaño, il titolo che prima ci viene in mente è di sicuro 2666.

2666, ovvero un romanzo-mondo o un romanzo massimalista, fatto a sua volta di altri cinque sotto-romanzi, o meglio parti: La parte dei critici, La parte di Amalfitano, La parte di Fate, La parte dei delitti e La parte di Arcimboldi. In queste pagine (quasi mille nell’edizione italiana di Adelphi del 2009 per la traduzione di Ilide Carmignani) pubblicate postume, poco dopo la sua morte, Bolaño ha saputo condensare gran parte delle linee costitutive della sua intera opera, presentandoci un super romanzo capace di costruire un mondo attorno a sé, o meglio di essere esso stesso un mondo. Coerente, ampio, totale, esteso nel tempo e nello spazio. Un mondo che viene ripreso a partire da una costellazione di punti di vista cruciali nella storia di oggi, e per questo fortemente attuale. Le vicende narrate nel libro, infatti, si svolgono in un intreccio postmoderno di tempo, di spazio (quasi cent’anni e oltre dieci Paesi) e di personaggi il cui centro è Santa Teresa, una città di cui soltanto il nome è immaginazione. Il modello fedele è infatti Ciudad Juárez, Messico, sul confine con gli Stati Uniti d’America. La città tristemente famosa per le maquilladoras, per il dominio dei cartelli della droga, per la violenza della criminalità, per la continua ecatombe di giovani donne, per la frontiera che separa l’America latina dagli USA, per il passaggio a concessione variabile che esiste tra il Nord e il Sud del mondo.

 2666

2666: un romanzo postmoderno

Ma 2666 è un romanzo postmoderno, come si è detto sopra, perché in sostanza è anche (forse soprattutto) una narrazione dell’erranza, del continuo dislocamento e del vagabondaggio. E non si limita a descrivere questo continuo movimento nel tempo e nello spazio. È infatti esso stesso, in quanto romanzo appartenente a un’opera, un punto mobile, un vettore di fili narrativi che attraversano in maniera dinamica tutta la produzione di Bolaño. 2666 è infatti messo in continua comunicazione con altri lavori del cileno, in un disegno anch’esso coerente che sembra essere alla base delle intenzioni dell’autore di creare un mondo a sé capace di dialogare con pari dotazione di forza con il nostro, perché proprio dal nostro proviene, come una copia che ne metta in evidenza alcuni tratti più di altri.

In questo senso, mentre dialoga con la realtà esterna alla letteratura, il super romanzo di Bolaño dialoga costantemente anche con i suoi simili e colleghi: si prendano per esempio "I dispiaceri del vero poliziotto" (trad. it. di Ilide Carmignani, Adeplhi, Milano 2011), in cui troviamo alcuni dei personaggi di 2666; "Amuleto" (trad. it. ti Ilide Carmignani, Adelphi, Milano 2010) e "Notturno cileno" (trad. it. di Ilide Carmignani, Adelphi, Milano 2016), in cui troviamo la stessa violenza di 2666, seppure collocata in altre sfere; oppure "I detective selvaggi" (trad. it. di ilide Carmignani, Adelphi, Milano 2014) che, secondo alcuni, potrebbe rappresentare una sorta di introduzione a 2666, in particolare nella parte intitolata "I deserti del Sonora", ossia nell’avvicinamento desertico dei personaggi al Nord del mondo.

Tuttavia è pur vero che leggere Bolaño, come sanno i suoi lettori più o meno affezionati, è (sempre) orientarsi all’interno di una grandissima mappa che viene fuori pian piano, libro dopo libro, come se questi libri disegnassero ognuno una regione su un foglio di velina trasparente, producendo così immagini sovrapponibili che nella sovrapposizione generano una grandissima rappresentazione d’insieme.

2666: un romanzo di confine

La natura dell’opera così come la si è accennata fa sì che essa riesca a spaziare tra più ambienti, rendendosi in tal modo una sorta di specchio procedurale della realtà narrata, come si è già detto. Per questo 2666 è infatti anche, e forse soprattutto, un romanzo di confine. O meglio di confini:

  • confini che si anela fortemente varcare, per oltrepassare l’angustia maleodorante della periferia e raggiungere l’odoroso mondo del centro, come quello che sta appena oltre Santa Teresa/Ciudad Juárez;
  • confini che al contrario non si vorrebbero varcare, come quelli che separano questo nostro mondo da quello che sta dall’altra parte, ovvero la morte, cui molte protagoniste (e non solo) più o meno contumaci del romanzo sono costrette;
  • confini che invece possono essere varcati senza problemi, come quelli che i viaggiatori-turisti della conoscenza che provengono dal centro, nella fattispecie i “critici” protagonisti della prima parte, valicano in una globalizzazione dei saperi nient’affatto innocente, come le altre globalizzazioni;
  • confini non più spaziali ma temporali, come quelli che ci trascinano a ritroso nelle epoche, presentandoci le origini del fantomatico Benno Von Arcimboldi alla fine della narrazione. Le origini della guerra, le origini della violenza.

roberto bolaño 

2666: un romanzo cimitero

In sintesi, cos’è davvero 2666? Come lo si può definire usando soltanto una secca definizione? Facciamoci aiutare da altri: «2666, come ogni opera di Bolaño, è un cimitero. […] I suoi precedenti romanzi commemoravano i caduti degli anni Sessanta e Settanta. 2666 nutriva ambizioni maggiori: scrivere il referto autoptico dei morti del passato, del presente e del futuro» (Marcela Valdes, Solo tra fantasmi, introduzione a Roberto Bolaño, L’ultima conversazione, trad. it. di Ilide Carmignani, Sur, Roma 2012, p. 11). Un cimitero, aggiungiamo, in cui a regnare non sia il silenzio, ma in cui risuoni costantemente il lamento delle vittime dei regimi più violenti dell’America latina, a loro volta giustificati e foraggiati dalle garanzie dei Paesi centrali del sistema-mondo capitalistico. Un cimitero in cui si riverberi l’eco di coloro che hanno perso la vita nel sanguinoso passato. Un cimitero in cui trovi spazio la voce anche di coloro che moriranno da qui ai prossimi anni. Da qui al 2666 e poi oltre.

Letto in questo modo, 2666 è anche un romanzo di denuncia. Un grande grido, lungo oltre mille pagine, emerso dai sepolcri di sotterra, dalle ossa di fanciulle lasciate a seccare alla luce del sole nel deserto del Sonora, dalle trincee insanguinate delle guerre mondiali.

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