Personaggi in cerca d’identità a ritmo di

Published : 08/03/2019 11:44:57
Categories : Autori , Letture

È ormai noto il cambiamento sociale che hanno vissuto e continuano a sperimentare molti paesi europei, dovuto ai consistenti movimenti migratori internazionali che li hanno interessati, attraversandoli o stanziandovisi. Tra queste regioni la Spagna che, da paese tradizionalmente di emigrazione, negli ultimi anni si è confermata regione meta di consistenti gruppi di immigrati. Le conseguenze di tali cambiamenti sono molteplici, possono riguardare tutti gli aspetti della vita e dell’organizzazione di un paese, da quello economico a quello politico, da quello sociale a quello abitativo, tanto per citarne alcuni tra i più visibili. Allontanandosi dalle generalizzazioni, le tracce – finalmente non più mimetizzate ma ben visibili - della presenza migrante in questo ed altri paesi sono riscontrabili anche in ambito culturale, dove si sta producendo una contaminazione di temi, geografie, linguaggi e codici che inducono a riconsiderare le frontiere culturali locali.

Scrittori provenienti dalla periferia del mondo si sono stabiliti nel centro, e da questa nuova territorializzazione culturale proiettano la loro voce e i loro scritti, partecipando attivamente alla produzione culturale del paese in cui risiedono, infrangendo, sia nel paese di partenza che in quello di arrivo, le barriere nazionali della scrittura, e contribuendo, in tal modo, ad esporre il pubblico all’alterità e a riflettere sulla costruzione dell’identità attraverso la letteratura.

Alla cosiddetta letteratura dell’esilio, che può contare sul riconoscimento di status letterario, si è andata affiancando negli ultimi anni una nuova produzione, scritta da migranti per lavoro o economici e da più parti definita letteratura delle migrazioni o migrante. Su di essa il dibattito è aperto ed estremamente mobile. Ed è un dibattito che riguarda ancora per certi versi la stessa accettazione da parte del panorama culturale locale di tali testi, per altri la collocazione editoriale e di genere che gli stessi andrebbero ad occupare. Come sempre, nel caso di ogni categorizzazione, tali preoccupazioni sono più esterne che interne alla scrittura stessa; riguardano i critici, gli accademici, gli editori, un po’ meno gli autori che, consapevoli di far parte di una nuova generazione di scrittori e scrittura e consapevoli allo stesso modo di essere portatori di storie o tracce di diversità e alterità, tentano ormai di svincolarsi da etichette preimposte, chiedendo che l’attenzione generale sia puntata sulla qualità della produzione, sulla creatività. «Se l’etichetta “letteratura della migrazione” è sinonimo di “produzione di uno scrittore a cavallo di più culture” mi va bene. Se significa un ghetto, delle catene tematiche dalle quali non ti permettono di uscire, allora lo rifiuto categoricamente», così la scrittrice Laila Wadia, originaria di Bombay ma da anni residente in Italia.

Salsa” (2002) di Clara Obligado coniuga esigenze e caratteristiche diverse, essendo un testo dell’esilio e della migrazione allo stesso tempo, le cui tematiche si fondono e rimodellano gli schemi della letteratura spagnola nazionale proponendosi come specchio della realtà sociale del paese; testo dell’altrove e dell’alterità immersi nel locale.  

 clara obligado

L’esilio argentino e la scrittura dell’esilio

Clara Obligado, argentina ed esiliata in Spagna, risiede nel paese iberico dal 1976 a seguito degli stravolgimenti politici che il paese conosureño viveva in quegli anni, gli stessi che hanno spinto molti altri intellettuali, accademici e scrittori all’esilio. Clara Obligado fa dunque parte di una generazione di scrittori che vive e opera tra due mondi e due culture – non a caso dice di se stessa di sentirsi “argeñola” - che, in misura e con spazi sempre diversi, caratterizzano i testi; una generazione di scrittori dell’ibrido, del mestizaje, che fuggono dalla dittatura argentina e si inseriscono nella società e cultura spagnola senza smettere, quasi mai, di sentirsi stranieri. Cristina Peri Rossi, Sara Rosemberg, Néstor Ponce (questi in Francia), Daniel Moyano sono solo alcuni dei nomi che compongono questo contingente di intellettuali dell’esilio.

Il periodo della dittatura e della conseguente repressione argentina assieme al consistente abbandono del paese da parte di quantità ancora imprecisate di argentini direttamente o indirettamente coinvolti nei fatti politici dell’epoca sono comunemente inseriti tra degli eventi più drammatici della storia recente del paese. La difficile situazione politica ed economica dell’Argentina dei primi anni 70 aveva prodotto una forte instabilità e già prima del golpe militare del 24 marzo 1976, gruppi paramilitari operavano contro i settori della sinistra nazionale. Tuttavia fu a partire da quella data che nel paese si mise in atto una repressione sistematica ed organizzata con un uso della violenza inedito. Alle misure iniziali tipiche di un golpe (proibizione delle azioni politiche, censura, detenzione dei dirigenti operai e controllo dei sindacati) seguì una deriva di violenza che non si limitò solo ai guerriglieri. In tal senso risulta significativa la seguente dichiarazione di Videla, il quale affermò: «un terrorista no es sólo el portador de una bomba o una pistola, sino también el que difunde ideas contrarias a la civilización occidental y cristiana» e così dicendo qualunque tipo di dissidente venne considerato sovversivo, il nemico da abbattere; per cui non solo i guerriglieri ma anche chiunque desse loro aiuto in termini di rifugio o di sussistenza (familiari, amici, conoscenti…), militanti politici e sindacalisti, operai, studenti e intellettuali. Tutti, indistintamente, furono oggetto di pratiche terroristiche, imprigionati, torturati, uccisi o fatti sparire. Il sistema della sparizione di persone fu dei più atroci.

A fronte di tale violenza, migliaia di persone scelsero la via dell’esilio fino a raggiungere i picchi più alti tra il 1975 e il 1977. Non è facile quantificare il numero di esiliati che lasciarono l’Argentina in quel periodo; non esistono registri che permettano di farne una stima, tuttavia Elda González Martínez riporta che tra il 1970 e il 1980 furono circa 340mila le persone che lasciarono il paese, dirigendosi verso paesi limitrofi o attraversando l’oceano per cercare rifugio in Europa.

La Spagna in cui arrivarono questi esiliati era un paese che sperimentava anch’esso uno dei periodi più critici della sua storia recente. Prima gli ultimi anni della dittatura di Franco, poi la sua morte, la successione di Juan Carlos fino ai cambiamenti del cosiddetto periodo della Transizione. In una tale concomitanza di eventi, le politiche migratorie non costituivano la priorità dell’agenda politica, erano ancora praticamente inesistenti (il paese firmerà l’adesione alla Convenzione di Ginevra sui rifugiati solo nel 1978 e bisognerà aspettare il 1984 per la prima legge che regolamenti la questione degli immigrati e dei rifugiati, a cui faranno seguito una serie di meccanismi istituzionali di aiuto come la Comisión Española de Ayuda al Refugiado). Tuttavia, a prescindere dall’aspetto istituzionale, nel paese iberico fu alta la solidarietà verso il popolo argentino così come la condanna e la denuncia. Approfittando, dunque, in alcuni casi del passaporto spagnolo, in altri degli accordi bilaterali esistenti tra i due paesi, di una lingua comune e di una certa familiarità con lo europeo, la maggioranza degli argentini decise di stabilirsi in Spagna. Tra questi molti intellettuali e scrittori che hanno continuato la propria attività anche nel nuovo paese, conferendo alla scrittura la funzione di denuncia, di memoria, di divulgazione e di riflessione sul sé esiliato.

Gli scrittori esiliati hanno usato la loro arte come terapia, come momento di ricostruzione e ricomposizione di un’identità forzatamente scheggiata e, non ultimo, come strumento di diffusione, un faro sulla realtà del paese d’origine. Assecondando queste motivazioni, essi hanno partecipato alla vita culturale del paese d’arrivo collaborando con riviste, scrivendo saggi, ma anche opere di finzione, nelle quali è possibile riconoscere passaggi comuni: l’abbandono del paese d’origine, l’esperienza da esiliato vissuta nel paese d’arrivo (sia esso europeo o americano) e, infine, il ritorno o la decisione di radicarsi nel paese straniero; elementi spazio temporali che accompagnano tensioni e conflitti interiori, dovuti al distacco, alla categorizzazione del sé, alla sua nuova identificazione, alla rinegoziazione con la società d’arrivo, alla frattura che stenta a rimarginarsi, all’interazione con l’altro e l’altrove.

In questo contesto politico e culturale muove i suoi primi passi da militante esiliata Clara Obligado che, a differenza di altri, quando arriva a Madrid è una giovane laureata in letteratura a Buenos Aires, con il sogno infranto di cambiare le cose, di fare una rivoluzione, vittima lei stessa della dittatura (visse l’assassinio del compagno, la sparizione di amici e la prigionia di un nipote), ma ancora non una scrittrice.

Per questo, una volta nella capitale spagnola, la Obligado lavora come donna delle pulizie, volontaria del PSOE, traduttrice, e impiegata, fino a quando decide di dedicarsi completamente alla scrittura per superare l’assopimento di quegli anni, per continuare, attraverso la scrittura, la sua militanza politica.

Per alcuni scrittori che vivono fuori dai confini nazionali, le tematiche narrative affrontate continuano a diagnosticare una permanente nostalgia della terra, società, lingua in cui vivevano. L’esperienza di scrittura dell’esilio proposta da Clara Obligado in “Salsa  propone un testo moderno, contemporaneo, frizzante, che sa fare i conti con i più recenti cambiamenti della società spagnola, con il multiculturalismo e con il ruolo della donna, secondo alcuni sotto il segno del culebrón latinoamericano, secondo altri sotto quello della contemporaneità, pur senza tralasciare la memoria dell’esilio e dell’Argentina che si esplicita in un personaggio, Viviana, e nel conflitto linguistico in cui è intrappolata.

Gli spazi e le maschere dell’alterità

Con questo vortice di pensieri e di immagini che si confondono e che muovono velocemente il lettore tra una sala parto e un locale di ballo, cadenzati dal ritmo dei passi e suggellati dalla nascita di un bimbo, bianco (per fortuna bianco!), inizia “Salsa”, terzo romanzo di Clara Obligado. Lei, discendente di Rafael Obligado (1851-1920), poeta romantico che ha fatto dell’Argentina, dei suoi paesaggi e della sua gente il tema centrale della sua opera, travalica i confini nazionali, si immerge nell’altro, impara a vivere tra due mondi, due culture. Già vincitrice del Premio Femenino Singular nel 1996 con il romanzo La hija de Marx, sarà con l’uscita di “Salsa  che la Obligado raggiunge il massimo successo editoriale, con questo romanzo che parla dell’alterità latinoamericana nella centrale Madrid, sotto le mentite spoglie di un romanzo d’amore e di intrighi tra donne di mezz’età alle prese con problemi quotidiani.

La velocità dei cambi di scena e gli intrecci sentimentali giocati su storie d’amore, inganni e tradimenti, maternità occultate e ritrovamenti di fratelli sembrano immergere il lettore in una tipica saga familiare, di quelle proposte dalle interminabili telenovele tutte al femminile. tuttavia ricomponendo i pezzi del puzzle (personaggi, spazio e tempo) si palesano le intenzioni profonde della scrittrice, la sua volontà di rappresentare, dietro la maschera del culebrón appunto, la struttura sociale della Spagna contemporanea e le persistenti relazioni gerarchiche che la caratterizzano mettendo a confronto rappresentanti della società d’arrivo e gli esponenti dell’alterità che in essa cercano di farsi spazio, siano essi esiliati (nel caso specifico Viviana) che immigrati di carattere economico arrivati prevalentemente dall’America latina e dall’Africa, seguendo dunque l’esatto peso percentuale che i migranti hanno per composizione d’origine nella Madrid dei nostri giorni.

La Obligado conferma il ruolo centrale dato alla ricerca dell’identità, quella multipla, ibrida e in costante cambiamento che si sviluppa nelle società moderne esposte all’alterità e da essa profondamente caratterizzate; all’interno delle quali esiliati e immigrati, ansiosi di raggiungere il pieno riconoscimento, veicolano e promuovono la convivenza di culture, sebbene ancora troppo spesso sotto il segno dell’esotico, della precarietà, o dell’esclusione. E queste parole non sono certo casuali, sono quelle che l’hanno accompagnata dall’inizio del suo esilio, assieme ai testi di Edward Said e alle sue riflessioni sulla condizione di esiliato, sul suo sentirsi libero o intrappolato nei ricordi, sull’accettazione dell’alterità o sul dolore che essa gli comportava. E accompagnata da questi pensieri osservava Madrid e i suoi cambiamenti.

E Madrid, appunto, è lo scenario dell’azione, e lo è in modo vivo, autentico, fuori dai circuiti turistici e dentro gli ambienti più popolari e multietnici di Lavapiés, dove vive la maggior parte degli immigrati, di Tetuán, o della zona di Azca, in cui si trovano alcuni degli edifici più moderni della città che la sera, quando cessano tutte le attività affaristiche del giorno, diventa quasi inquietante, vulnerabile terra di nessuno consegnata al silenzio notturno e a coloro che lo abitano.

La Madrid di “Salsa” sfugge ad ogni forma di stereotipo, non c’è nulla dei tradizionali paseos nei luoghi dell’arte e della storia di questa città, piuttosto c’è un ambiente che cambia faccia. Si palesa, pagina dopo pagina, una netta divisione degli spazi che rimanda alle diverse pratiche di appropriazione urbane le quali richiamano, a loro volta, la gerarchizzazione societaria esistente. Ai quartieri benestanti, soleggiati, tranquilli in cui vivono le protagoniste femminili spagnole del testo si contrappongono le strade dei quartieri multietnici, inquadrati sempre nel buio della notte, vissute dagli invisibili eppure aperte all’accoglienza e alla compartecipazione, come succede nei locali di ballo.

Se dunque consideriamo l’operazione letteraria che la Obligado compie in “Salsa”, ovvero voler tracciare la cartografia della presenza migrante e dell’alterità, proponendo l’immagine della Spagna come di una comunità transculturale all’interno della quale il mestizaje è l’antidoto contro l’idea anacronistica di purezza culturale e razziale che rifiuterebbe l’ingresso dell’altro nella penisola e che ostacolerebbe il processo d’integrazione che, per poter essere messo in moto e riuscire con successo, deve necessariamente essere dialogico, allora avremo una lettura totalmente diversa del testo dove ogni elemento rientra in una logica nuova, quella della scrittura dell’altro.

Su questa base, sfilano nelle pagine del libro personaggi variopinti, eterogenei, portatori di storie di nomadismo, accomunati dall’elemento estraneo, dai marcatori dell’estraneità (fisici o culturali) e da una passione, quella per il ballo, per la salsa e per il locale in cui si balla, Los bongoseros de Bratislava, un luogo dove le frontiere identitarie si abbassano, dove ognuno può indossare la maschera che più gli si addice, palesare la sua identità o la sua riarticolazione che è frutto dell’ esperienza di immigrato, esule o nomade.

E cominciamo con Jamaica Bronx, proprietaria del locale, che racchiude nel nome marginalità diverse, per geografia e storia, i Caraibi e il Bronx. Di Jamaica, che si scoprirà essere il nome che la donna ha assunto al posto del suo reale Inmaculada Concepción Pérez, di Guadalajara (Spagna), si sa che in passato aveva lasciato il paese iberico in epoca franchista per rifugiarsi a Caracas, dove non rimase a lungo. Sulla nave del ritorno incontra il Max «uno de esos sajones amantes de lo exótico», con cui intraprende una relazione e mentre lui viaggia per affari negli Stati Uniti, lei apre un locale a Kingston e mette in atto il cambiamento più profondo, quello del nome, prima identificazione di un individuo, trasformandolo in Jamaica (per l’isola) e in Bronx, per dare un dispiacere al compagno, troppo avvezzo agli ambienti bene. Un nome che racchiude in sé la terra, il femminile, l’avventura e la provocazione, niente in confronto all’idea di purezza e di candore che rievocava il nome spagnolo.

Il suo spirito indipendente non le permetterà di rimanere legata ad un uomo che l’avrebbe voluta solo come personaggio secondario della storia e così decide di tornare in Spagna, a Madrid, dove rileva il locale, Los Bongoseros de Bratislava, nei bassi di Azca, che della capitale spagnola non conserva nessun elemento, nessun rimando, al contrario tutto nell’arredamento rievoca spazi geografici lontani, quelli della nuova capitale latinoamericana, Nueva York, la città che non dorme mai, dove il “sogno americano della terra delle opportunità” continua ad essere il motto e l’obiettivo di molti.

A dominare la pista da ballo de Los Bongoseros è Ulises, un giovane nero aitante e provocante, professore di salsa cubano assoldato da Jamaica per far sì che il suo corpo renda l’atmosfera esotica e ancestrale. Per poi scoprire che anche Ulises è una maschera. Il ballerino infatti non ha nulla di cubano, ma è un senegalese.

E Ulisse, cavalcando la “moda del negro” assume la nuova identità, quella di un cubano professore di salsa che, come nel più classico dei copioni, incarna l’esotico con cui ammalia e seduce la giovane Gloria, madrileña, bionda e annoiata dalla sua statica relazione medio borghese che cerca nell’altro l’avventura, il brivido, per poi vivere nel terrore che il bimbo che sta per nascere possa essere figlio dell’immigrato. Questo sarebbe uno scandalo meno gestibile dell’adulterio in una società niente affatto pronta all’alterità, in cui anche tra gli immigrati esistono gerarchie latenti che permettono ad alcuni (dai marcatori fisici più “simili” a quelli della società d’arrivo) di essere meglio accettati di altri.  

La lingua dell’esilio e l’argentinità

La questione identitaria non è mascherata solo dai giochi di nomi e di nazionalità (a cui andrebbe aggiunta l’identità di genere intesa come svilimento del ruolo della donna all’interno della società nelle storie costruite per i personaggi di Gloria e Marga), ma tocca anche altre corde, quelle linguistiche.

È risaputo come l’esperienza della migrazione o dell’esilio comporti un’immersione necessaria, a volte forzata, in un contesto linguistico diverso, fattore che, quando utilizzato nella produzione letteraria appartenente al genere, funge da faro su uno degli ostacoli che il migrante/esiliato incontra con più frequenza all’interno della nuova società, ovvero l’incomunicabilità o addirittura l’isolamento. La stessa situazione si ha anche quando la migrazione si verifica all’interno di un contesto linguistico apparentemente unitario, come nel caso delle migrazioni o esili latinoamericani in Spagna.

Viviana è una scrittrice argentina, evidente alter ego dell’autrice di “Salsa”, che, esiliata anch’essa a Madrid, cerca di resistere all’assimilazione linguistica, di dominare quel «torbellino lingüístico» in cui è intrappolata; lo spagnolo peninsulare da una parte e quello argentino dall’altra che si mescolano, si ingarbugliano nella sua mente, la rendono schiava di parentesi di traduzioni e di continui confronti tra l’una e l’altra variante.

La lingua comune, da molti ritenuta collante e facilitatore nella scelta del paese di arrivo, diventa elemento di rottura, di gerarchizzazione. Colloca Viviana in una frontiera linguistica. L’argentina sente di perdere la sua ancora, la sua dimora, la sua identità etnica che è seconda pelle dell’identità linguistica, per dirla con Gloria Anzaldúa.

Sin dalle prime pagine del libro conosciamo Viviana, figlia di genitori polacchi ed ebrei emigrati in Argentina (senza mai sentirsi a casa nel paese del Cono Sud), una donna che, pur vivendo a Madrid da anni si sente fuori luogo, sente di non appartenere a nessun posto, e questa è una condizione che pregiudica ogni aspetto della sua vita, fino alla sua espressione più importante, la scrittura. Considerata troppo argentina in Spagna e troppo spagnola in Argentina, Viviana non riesce a trovare un equilibrio che la liberi dal peso del sentirsi straniera. Prima dell’esilio Viviana «aveva pensato che lei (la lingua) fosse una sola, (e) che a Madrid tutto sarebbe stato più facile». Invece no. Si rende subito conto che l’argentino, nella penisola, è solo una variante dello spagnolo che non ottiene nessun riconoscimento. E per quanto la sua marginalità sia meno visibile di quella sofferta da altri immigrati, ciò non allevia certo il suo senso di estraneità.

Sono le stesse domande che tormentano Viviana, che non le permettono di appendere i quadri che, da anni, restano negli scatoloni del trasloco; sono quelle che la costringono a mantenere la sua vita appesa al ricordo di un tempo passato, che le fanno guardare con risentimento tutti coloro che non devono affrontare l’assenza del senso di appartenenza. Viviana oppone una strenua resistenza alla negoziazione del suo presente. Dover decidere tra una variante e l’altra dello spagnolo implica l’imposizione di una cultura dominante – quella spagnola – sull’altra – quella argentina – o viceversa e, in quest’ultimo caso, significherebbe fossilizzare il senso di estraneità che la scrittrice già vive.  

Fino a quando decide di «non essere di nessun paese o di tutti e due allo stesso tempo», ovvero decide di guardare al rovescio della medaglia, di fare in modo che le due culture si intreccino nella sua identità, nella sua condizione di straniera senza radici fisse, perché «dovunque io sia sono una straniera».

E lo fa con un gesto estremo, l’ennesimo strappo della sua vita. Abbandona la scrittura e con essa tutte le parole che non potrà più utilizzare, tracce di un’argentinità che la rendono scomoda nella società d’arrivo.  

Ma neanche quando le sue parole esiliate sono messe a tacere, quando la sua lingua diventa clandestina, Viviana cede. La sua argentinità deve solo trovare un nuovo veicolo, un nuovo codice e lo fa in Omara che, con quel «maldito don suyo para la brujería», libera la sua voce, assumendo in sé la Viviana scrittrice, quella a cui l’argentina aveva dato il nome di Felicitas Coliqueo, una cautiva con molte storia da raccontare.

Viviana si libera di Felicitas Coliqueo, si libera del peso delle origini, trasferendoli alla cubana, la voce viva dell’oralità, la maga, l’indovina, la rappresentante dello spirito afro-cubano che travolge la storia di voci del passato e diventa ponte, intermediaria, dell’africanità, dell’argentinità e, in senso lato, dell’essere straniero. E lo fa rischiando tutto, perché la brujería e la cubanità sono l’ignoto; è la magia che spaventa la gente e per questo quando Felicitas entra nel suo corpo Omara ha paura perché «se perdesse il lavoro, si ritroverebbe senza documenti». Un’identità in pericolo, tenuta a freno e poco palesata per timore di compromettere il lavoro o, addirittura, di perdere i documenti di soggiorno, beni ben più importanti per un immigrato, non solo per gli effetti pratici che comportano, ma perché lo rendono l’immigrato ben accetto, quello che lavora e che si integra (assimila) nella società d’arrivo. D’altra parte l’alterità di cui è portatrice Omara è, nella percezione generale, ben diversa da quella della semieuropea Viviana, è più netta, è più marcata, è meno leggibile e per questo Omara deve essere cauta, deve scegliere con cura il destinatario del suo messaggio.  

Omara diventa dunque tramite della storia di Felicitas, una viaggiatrice del secolo XIX che arriva in America per contribuire alla costruzione della nazione argentina sotto il segno civilizzatore europeo per poi essere rapita dall’indio (riscrittura del racconto borgesiano: Historia del guerrero y de la cautiva). Si mette in campo la dicotomia fondante del paese, civilización y barbarie, la negazione dell’indio, la sublimazione della civiltà europea e il totale diniego di ogni forma di intercambio culturale tra la tradizione europea e quella india.

Tuttavia la versione della storia narrata da Omara è ben diversa. Le parole di Felicitas mettono in discussione la visione tradizionale, quella imposta. Si invertono le parti, la cautiva, rapita dall’indio, decide di rimanere con lui, preferendo la barbarie alla civilización, rompendo le categorie, arrischiandosi a dire che la barbarie, tante volte identificata nell’indio, esiste in tutte le culture, anche nella più civilizzata, come dicono sia quella europea e, in quanto donna, nella barbarie Felicitas sente di ritrovare se stessa, libera dalle restrizioni dell’epoca. La storia di una donna finalmente raccontata dal suo punto di vista. La cautiva recupera lo spazio che le è proprio nella storia e nella letteratura.

Questo scorcio storico del romanzo, ma soprattutto la rivisitazione e la resistenza che si oppone al racconto nazionale argentino contribuiscono, nell’economia del romanzo stesso, ad abbattere le barriere dell’immobilismo, a mettere in luce l’esistenza, passata e contemporanea, di una storia e di protagonisti non ufficiali, marginati, che rivendicano il loro spazio di appartenenza. E non solo lo rivendicano, ma lo rendono palese. Omara è in questo senso un ponte culturale.

All’oralità del racconto di Omara corrispondono due funzioni: quella di trasmissione culturale nei confronti di Nin, su cui si tornerà in seguito, e, ironicamente, quella, ancora una volta, di perpetuazione dello stereotipo e dell’appropriazione da parte dell’europeo della tradizione culturale americana, modellata a suo piacimento. Tra le protagoniste femminili, Marga, la quarantenne spagnola con il desiderio di fare la scrittrice, senza idee, senza personalità e con poco tempo da dedicare alla figlia Nin (motivo per cui assume Omara), è quella che trova il materiale per il libro tanto atteso nel racconto della cubana, di cui si appropria. Purtroppo, nella sua rivisitazione, della storia originale resta bene poco. Marga neanche tenta di avvicinarsi al mondo che Omara descrive alla figlia, al contrario non esita ad eliminare dal racconto tutti gli argentinismi, quei riferimenti culturali incomprensibili perché non conosciuti. Si impossessa della storia e la colonizza, rimpiazzando tutto ciò che le è sconosciuto con elementi più accessibili per il pubblico spagnolo. Priva il racconto del suo valore storico, del suo messaggio, e lo trasforma in un romanzetto al femminile.   

 salsa clara obligado

Nella lunga puntata finale del culebrón, in cui si svelano i segreti e si ricompone l’ordine iniziale, ovvero nell’ultimo lungo paragrafo del testo, si evidenziano le speranze per il futuro ma anche l’impossibilità di stravolgere il presente.

Le parole di Omara, i suoi gesti, fanno breccia nella mente di Nin, una bambina ancora priva di pregiudizi che rappresenta una nuova generazione di spagnoli che cresce a contatto con l’alterità, vivendola come la normalità. Omara le offre un modello di identità più ampia, che esula dai limiti prestabiliti dell’ormai superata comunità chiusa spagnola, e con lei Nin impara a guardare oltre. Per la ragazzina il racconto è affascinante per il modo in cui la cubana lo narra, per i gesti, per gli elementi fantastici che inserisce; la storia di Omara è appassionante ma non incomprensibile.

Il romanzo propone il mutuo riconoscimento e un processo di interconnessione culturale come rovescio della medaglia del sistema vigente, dell’ideologia che prevede dominanti e dominati. Tuttavia, a prescindere da questi suggerimenti, la Obligado mantiene un fermo contatto con la realtà. Sono passati più di dieci anni dalla scrittura e pubblicazione del testo, una stesura influenzata indubbiamente dall’esperienza di esule della scrittrice e presumibilmente dalla situazione politica del tempo (di tendenza nazionalista in sintonia con l’ideologia di destra del PP al potere in quegli anni), eppure per molti versi è ancora tutto attuale. Appare evidente il diverso trattamento riservato ad esuli ed immigrati, i primi i più accettati, quelli a cui vengono attribuiti tratti più “nobili” per il motivo del viaggio e per la maggiore familiarità e riconoscibilità, soprattutto se si pensa agli argentini (più europei che americani nella percezione comune), mentre i secondi poco leggibili perché portatori di troppe diversità (fisiche ed economiche) e dunque ancora stigmatizzati dalla società. La prospettiva che propone il romanzo è quella di un paese in cui è ancora lungo il cammino da percorrere prima che si possano riscontrare dei cambiamenti di gerarchie e categorie sociali.

È per questo motivo che Ulises dovrà ripartire, senza poter tornare alla sua Itaca, alla ricerca di un nuovo porto in cui approdare; e per lo stesso motivo a Gloria, trincerata nel suo stato di donna bianca medio borghese protetta dalle circostanze e dall’abitudine, la madre ritrovata non rivelerà di essere figlia di un mulatto – il tabù del nero resta quello più tacciante -.

Questa la valenza sociale del testo. Ma resta una domanda: come collocare “Salsa”e i libri della letteratura dell’esilio o della migrazione nel panorama letterario spagnolo?

La letteratura contemporanea deve fare i conti con le idee di non appartenenza o di appartenenze multiple, con una realtà fatta di frontiere sfumate, di viaggi di andata e ritorno, di nomadismo assunto come meta, infine con l’aspirazione a vivere altrove e a far vivere questo altrove in sé; ma soprattutto deve riservare la giusta attenzione a tutti quei testi che si fanno portavoce di tali istanze, ormai non più relegabili ad una marginalità critica e letteraria, ma parte integrante dei contesti letterari dei singoli paesi d’arrivo.

Il canone letterario nazionale perde le sue fondamenta geografiche e istituzionali che si sostenevano sui concetti di territorio, nazione, paese, comunità, radici. Intellettuali e artisti proveniente dalle cosiddette zone periferiche, non vivono più all’ombra della cultura del paese che li ospita ma partecipano e contribuiscono alle sue trasformazioni. Ed è quello che fa la Obligado nel suo testo, quando presenta il nuovo volto di Madrid, capitale eterogenea e scenario per eccellenza della società multiculturale, ma anche dei limiti che essa deve ancora superare per la sua totale realizzazione; lo fa quando smonta l’idea che esista una cultura e un’identità statica e immutevole; lo fa, infine, quando invita il lettore a riflettere sulle trasformazioni culturali in corso esortandolo a guardarsi come parte attiva di questi cambiamenti, come componente egli stesso di una comunità eterogenea e ibrida.

Maria Rossi

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