Crossing fronteras: un hondureño negli Usa

Published : 08/06/2018 12:52:51
Categories : Letture

A Octavio Bennet viene negato il visto d’entrata negli Stati Uniti a causa di una risata sgorgata spontaneamente in risposta ad una domanda “improbabile, insensata e ridicola”: «Ha mai preso parte ad organizzazioni terroristiche?».

Gli è precluso il passaggio al viaggio legale, ma la negazione, e soprattutto le ragioni di tale rifiuto, lo spingono verso la “via lattea”, quella illegale. Inizia l’avventura migratoria, l’inseguimento di un sogno, quello americano, attraverso le dinamiche clandestine ormai collaudate da decenni di passaggi, solo sussurrate e bisbigliate da capannelli di uomini che, nelle zone di confine, aspettando il momento propizio, organizzano gli attraversamenti, metabolizzando lentamente il distacco.

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Dal confine alla frontiera

È un giorno qualunque, ma la coda all’ufficio immigrazione della città di Tegucigalpa è sempre la stessa, lunga e instancabile, affollata dalle solite facce di speranza, accompagnata da preghiere, imprecazioni o ringraziamenti di quanti attendono.

Il primo contatto che Octavio ha con il confine si trasforma velocemente in scontro. Lo statunitense, da cui dipende il futuro delle persone in attesa, non accetta che il richiedente sottovaluti una domanda per lui – e per il Paese che rappresenta – fondamentale. Octavio, con la sua risata, con la sua incredulità, compromette tutto, sbeffeggia il Paese e il sistema nel quale vorrebbe emigrare. Il visto gli viene negato.

Ma il processo di distacco ha avuto già inizio. Comincia nel momento in cui il migrante riflette sul da farsi, decide di affrontare il “rito della migrazione”, e si materializza nel primo spostamento che egli compie, verso gli uffici dell’ambasciata, nella capitale Tegucigalpa, durante il quale il distacco si fa nostalgia.

Il desiderio di attraversare la línea (il confine)è così forte che il rifiuto istituzionale non blocca la volontà del migrante, al contrario, lo spinge oltremodo ad intraprendere la sua avventura, sebbene in clandestinità. Si accoda ad un gruppo di uomini con gli stessi sogni e gli stessi progetti e con essi parte verso Nord. Dopo una breve sosta in Guatemala, i migranti si spostano in Messico alla ricerca del pasador o coyote di turno «di modo che il coyote ci comunicasse come fare a raggiungere la bassa California, perché in quei giorni, secondo lui, l’entrata meno vigilata era quella di San Diego. E così, una mattina, ci siamo ritrovati tutti e otto a Los Angeles, e ognuno di noi ha poi proseguito per la sua strada».

Sono questi i passaggi dei confini istituzionali, quelle costruzioni artificiali che sostanziano l’idea di limite, di non attraversamento e che, implicitamente, evocano i conflitti di potenza, soprattutto nei casi (come quello più volte analizzato tra USA e Messico – in senso lato America latina –) in cui il paese a cui si vuole accedere è meta di un processo di emigrazione, scelto per le caratteristiche politiche, economiche e sociali che lo rendono privilegiato rispetto ad altri e che, consapevole di questo potere attrattivo, decide, di volta in volta, di attuare politiche di immigrazione più o meno rigide, che finiscono per sottolineare l’esistenza di rapporti di forza o di potere tra i paesi confinanti.

La nuova mappatura urbana e identitaria

Dopo una breve sosta a Los Angeles, Octavio arriva a San Francisco, dove sbarca il lunario lavorando nel ristorante di un cinese.

In questa fase di transizione emergono due elementi che rimarranno costanti nella descrizione della vita da migrante proposta nel testo: una visione hollywoodiana della realtà che nasce da un continuo parallelismo, operato dal protagonista, tra i contesti urbani nei quali si trova inserito e le loro rappresentazioni filmiche, e l’identificazione del migrante, del singolo, con la collettività latina operata, invece, dalla società d’accoglienza.

Al di là di ogni esotismo, pur constatabile nell’atteggiamento dei clienti del ristorante nei confronti dell’alterità rappresentata da Octavio e dagli altri camerieri, il nostro protagonista sperimenta su se stesso il processo di categorizzazionedi cui sono oggetto (storicamente) i latinoamericani, secondo il quale i gruppi dominanti che si sono susseguiti nel continente latinoamericano hanno imposto, dall’esterno, criteri di appartenenza e di identità, “costruendo” o contribuendo a delineare i loro caratteri identitari. A questo processo di categorizzazione storico concorrono, in ultima analisi, tutte le società d’arrivo all’interno delle quali si riversano gli immigrati latinoamericani. A contatto con la nuova realtà si verifica la fusione tra il nazionale e il “latinoamericano”, si indeboliscono le identità individuali (l’orgoglio nazionalista, i regionalismi o i localismi di cui sono portavoce i singoli) − che pure non scompaiono −, confluendo in un’identità collettiva, quella dei latinos.

Per questo motivo, Octavio accetta la definizione di latino e si identifica in essa.

Ma il suo peregrinare non è finito. «Così sono arrivato a New York senza sapere niente della Big Apple, della capitale del mondo, tranne quello che si vede in foto o al cinema ma, come già ti ho detto, vederla da vicino è tutta un’altra cosa».

New York è la metropoli che i migranti sognano ma che, allo stesso tempo, nella prima fase insediativa (soprattutto per i migranti clandestini senza alcuna rete di sostegno che li accolga al loro arrivo) diventa il nuovo confine da abbattere o il nuovo laboratorio fronterizo da sperimentare, metafora della condizione post-moderna di ibridismo culturale.

A New York più che a San Francisco, Octavio sente la necessità di fare sua la città, di ricostruirne la mappatura, fisicamente, percorrendone le strade, conoscendone i quartieri, tutti gli angoli – anche quelli più pericolosi −; munito di carte della città parte alla sua scoperta. Con questo suo movimento di transito, di scelta dei punti di riferimento, di semantizzazione degli spazi, Octavio abbatte le frontiere urbane, e le ricostruisce mentalmente secondo il nuovo e personale valore emotivo che egli conferisce ad ogni spazio, fortificando, lentamente, la nuova appartenenza territoriale.

Tuttavia, quando la città fisica sembra non avere più segreti, il vero problema diventa la ricerca di lavoro, condizionata, negativamente, dal suo stato di clandestino. Quasi decide di muoversi, nuovamente, verso un’altra città quando si verifica un incontro determinante; l’incontro/scontro con l’Altro, con uno statunitense, decisamente poco propenso al riconoscimento, apertamente ostile all’alterità: Mister Charlie.

La conversazione con lui degenera. Si susseguono accuse reciproche fondate su ideologie nazionaliste e luoghi comuni sulla politica, sulla storia di vicinato tra i paesi, sul narcotraffico. Ciononostante l’alcol che intanto scorre allevia tutto.

Nella struttura del racconto il confronto con Mister Charlie è significativo perché diventa esso stesso discorso di frontiera, spazio immateriale all’interno del quale si annida la differenza; è discorso di frontiera perché è posto al margine dove occupa uno spazio di resistenza, nel quale si rappresentano le voci degli “altri” e si materializza un’esperienza deterritorializzata linguisticamente, socialmente e culturalmente. La voce di Octavio diventa quella di una collettività che rivendica la sua identità culturale e, soprattutto, il riconoscimento della propria presenza dinanzi al suo opposto. Entrambi, Octavio e Mister Charlie, sono gli elementi della frontiera che si affrontano e si contaminano.

Attraverso Mister Charlie, Quesada mette in parola le paure che accomunano quella parte della popolazione statunitense che non accetta la presenza di immigrati.

La meta del viaggio 

E infine incontra lei. Ormai è passato del tempo da quando Octavio è arrivato a New York, conosce bene la città, ma le frontiere che credeva di aver abbattuto conoscendo gli spazi fisici, non sono sparite. New York non è affatto quella che aveva conosciuto nei film, nei libri o nelle foto. Il tempo non allenta le difficoltà, anzi. La sua persistente condizione di clandestino, principale confine al mondo, continua a mantenerlo nel labirinto dell’invisibilità. Il suo spazio lavorativo e abitativo è diventato quello del Village (zona benestante della città) e non perchè abbia portato a termine un percorso di mobilità economico-sociale, ma solo perchè il suo lavoro di custode rientra in quella categoria di occupazioni a cui i “clandestini” possono accedere; quella dei servizi alle classi medio-alte.

Sono invece gli interstizi della città, quei residui spaziali che non posseggono connotati specifici, ma possono essere “investiti” da funzioni e “abitati” da sempre nuove relazioni, gli spazi a cui sente di appartenere. Sono quegli spazi “cuscinetto” nei quali gli immigrati, soprattutto quelli di recente arrivo, esplicitano un primo tentativo di appropriazione e di delimitazione spaziale, o quelli in cui àncorano la loro invisibilità.

Durante la sua permanenza a New York, Octavio ha continuato a sedimentare il suo personale processo di territorializzazione, sia nella costruzione di relazioni sociali con  alcuni componenti della società d’arrivo, sia nella trasformazione del contesto in cui si muove da spazio di transito a spazio di riferimento, impregnato di significato e valore emozionale, tentando di definire una nuova appartenenza territoriale. Infatti non è certo la funzionalità degli spazi che conferisce valore emotivo alla sua permanenza a New York, piuttosto un incontro, quello con una donna descritta in modo fiabesco, dalle origini incerte, che dà vita al sogno: finalmente egli stesso si sente protagonista di un film. Assieme ripercorrono la città, quello spazio una volta ignoto ma ora realmente carico di significato perché condiviso. I modi di questa donna, il suo “voceo”, il suo calore diventano per Octavio memoria corporea e linguistica, riflesso del passato che si ripropone sotto nuove vesti, che potrebbe trasformarsi in speranza per il futuro.

Octavio e la sua donna sono due solitudini che si incontrano nell’invisibilità e che decidono di accompagnarsi… fino all’alba (e per tutte le albe a seguire), quando, cioè, ognuno dei due deve ripercorrere la strada che li porta nei quartieri eleganti e benestanti della città, dove entrambi lavoravano.

Fino a quando la città appartiene loro.

La donna è un sogno, quello che Octavio insegue ormai da tempo, costantemente; metafora della libertà cercata, gli si concede solo nelle ore notturne, nelle zone di ombra della sua mente, a riparo dagli occhi indiscreti che, invece, guardano e, con lo sguardo sottolineano, il senso di alterità.

Octavio Bennet è immigrato che rappresenta l’immigrato; la sua storia potrebbe essere quella di un qualunque immigrato (non a caso l’autore ne palesa il nome solo a racconto inoltrato) che compie un percorso migratorio, con le difficoltà che esso comporta e che, infine, diventa modello per quelli che lo seguiranno: come fa con il suo interlocutore nel racconto della sua esperienza che è, infatti, un immigrato di recente arrivo. Il circolo vizioso delle illusioni e delle speranze riposte in un viaggio continua.

Sono passati due anni dal suo arrivo negli Stati Uniti. Octavio ha ricreato la sua personale mappa della città, all’interno della quale ha ricostruito la sua vita, si è “agringado” nei modi e in alcune espressioni linguistiche del gergo colloquiale più volte presenti nel testo e, tuttavia, la sua persistente condizione di clandestino non gli permette di uscire dall’invisibilità per cui egli è, inevitabilmente, escluso dai privilegi che il pieno riconoscimento, legale e conseguentemente societario, comporta. Una vita a metà strada tra il passato/memoria e il presente/invisibilità. 

roberto quesada

L’autore: Roberto Quesada

Migrare significa rottura con il passato, scontro con il presente, destabilizzazione, incertezza, ricostruzione del sé, ancoraggio ai miti e tradizioni del paese d’origine per poi ritrovare abitudini, gesti e valori, a distanza di tempo, fusi, decomposti e riformulati in versioni nuove, che degli originali conservano la base, altre volte solo il ricordo o il nome perché, invece, trasformati in qualcosa di nuovo, di ibrido, di fortemente rinnovato.

Difficilmente si riesce a scrivere e descrivere a fondo tale processo e gli stati d’animo che esso comporta se non si è sperimentato direttamente (o vissuta molto da vicino) un’esperienza simile. Per questo Quesada, con il suo stile diretto, ironico e agevole, comunica e si trasforma in “garante” della veridicità del racconto, la sua stessa vita lo è.

L’honduregno Quesada vive dal 1989 a New York, dove ricopre il ruolo di Primo Segretario dell’Ambasciata dell’Honduras presso le Nazioni Unite. Presente nella scena letteraria già da tempo, si lascia coinvolgere direttamente nelle questioni che riguardano il suo paese, gli Usa, i migranti, i dominanti e i dominati… ne sono testimonianza, tra le tante, gli articoli, note e commenti che lascia in diversi blog dove, con il suo umorismo, non manca di ammonire i potenti.

Maria Rossi

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